Si è iniziato a parlare di mobbing negli anni ’80, quando lo psicologo Heinz Leymann lo definì come “una comunicazione ostile, non etica, diretta in maniera sistematica da parte di uno o più individui generalmente contro un singolo individuo”.
Oggi, con il termine “mobbing” si intende l’insieme di comportamenti e atteggiamenti ostili, aggressivi e persecutori che vengono messi in atto sul luogo di lavoro da colleghi e superiori nei confronti di una persona nello specifico, in modo mirato, sistematico e prolungato nel tempo. Questo fenomeno si può manifestare in diversi modi, quali l’emarginazione sociale, la violenza psicologica, il sabotaggio e anche l’aggressione fisica ed è costituito, non da un singolo atto, ma al contrario da molteplici azioni che si susseguono tra di loro.
Ne sono degli esempi i casi in cui un lavoratore viene volutamente isolato nel proprio ambiente lavorativo, oppure quando una persona non viene coinvolta in progetti senza una reale motivazione alle spalle, oppure ancora quando un individuo viene preso di mira e riceve costantemente battute o insulti che possono spingersi fino alla vera e propria diffamazione.
In base al ruolo che ricopre il mobber, ovvero colui che manifesta comportamenti ostili verso l’altro, possiamo distinguere il mobbing verticale, che viene compiuto dal datore di lavoro o da un lavoratore di un livello più basso rispetto all’individuo bersaglio, e il mobbing orizzontale, quando viene messo in atto da un collega.
Negli anni ’90 Harald Ege, psicologo del lavoro, definì le fasi in cui si sviluppa questo fenomeno, che sono state poi prese come riferimento dalla giurisprudenza giuslavoristica. Esse sono:
- Condizione zero: è una pre-fase in cui si creano delle situazioni di conflittualità considerate fisiologiche, caratterizzate da discussioni, accuse e ripicche che hanno come obiettivo quello di prevalere sugli altri.
- Fase 1. Conflitto mirato: il mobber individua la vittima e cerca di prevalere. Il conflitto non riguarda più solo la sfera lavorativa, ma sfocia in quella personale.
- Fase 2. Inizio del mobbing: le azioni del mobber iniziano a suscitare sulla vittima sensazioni di disagio e fastidio, che la portano a porsi degli interrogativi.
- Fase 3. Primi sintomi psicosomatici: la vittima inizia a manifestare problemi di salute, come disturbi digestivi e l’insonnia, ma anche una sensazione di insicurezza.
- Fase 4. Errori ed abusi dell’amministrazione del personale: il caso di mobbing diventa pubblico, ma l’azienda non interviene in modo adeguato, dando poca importanza al fatto e non indagandone le specifiche per risolvere la situazione.
- Fase 5. Serio aggravamento della salute psicofisica della vittima: il mobbizzato inizia a soffrire di disturbi più seri e radicati, come la depressione, spesso ricorrendo a psicofarmaci e terapie che non risultano efficaci, in quanto il problema sul posto di lavoro permane. Questa sensazione di continua sofferenza porta la vittima a convincersi di essere sbagliata e di vivere in un mondo ingiusto.
- Fase 6. Esclusione dal mondo del lavoro: è l’esito finale del fenomeno che si manifesta con il licenziamento, il pre-pensionamento o le dimissioni volontarie, ma nei casi più gravi anche con il suicidio, l’omicidio o la vendetta verso il mobber.
Quali sono dei buoni consigli da tenere a mente in caso di mobbing?
Innanzitutto è importante cercare di riconoscere immediatamente un’eventuale situazione di mobbing, in modo tale da poter agire in anticipo ed evitare di cadere nella trappola dei sensi di colpa e dell’insicurezza, con relativa riduzione dell’autostima, che possono condurre a disturbi più gravi.
È necessario, infatti, rafforzare se stessi e convincersi del fatto che il disagio e la sofferenza che si provano in quel momento siano causati dal mobbing e non da noi stessi.
Inoltre, parlare con familiari o amici, o comunque con persone verso cui si ha fiducia, è utile per aumentare la propria consapevolezza e sentirsi più forti e sostenuti contro il mobbing.
È bene, infine, documentarsi per individuare medici, psicologi, avvocati o sindacati che possono supportarci nel contrastare il fenomeno. In alcuni casi, ad esempio quando ci troviamo di fronte ad una situazione di mobbing orizzontale, può essere opportuno parlare con il datore di lavoro per trovare insieme una soluzione.
Per evitare che una situazione di conflittualità fisiologica possa diventare un fenomeno di mobbing rivolto al singolo ed imparare quindi ad affrontare i conflitti, vi proponiamo un corso online dal titolo “La gestione del conflitto in ambito organizzativo”, che potete consultare al seguente link: https://www.corsionline.store/soft-skills/71-la-gestione-del-conflitto-in-ambito-organizzativo.html

